Agosto 28, 2020

Archelogia del Covid

By Andrea Padovano

Pensieri sul Covid

La Pandemia Covid del 2020 pone all’attenzione alcuni aspetti di riflessione, sia per le dimensioni assunte, sia sulle implicazioni riguardanti le libertà individuali. Il presente scritto si pone come una riflessione su alcuni punti emersi durante questi mesi.

L’Archelogia pone l’analisi sul Potere basato su tre principali direttrici.

  1. Gli aspetti relazionali.
  2. La Classe.
  3. Il Profitto.

Vorrei porre l’accento su alcuni aspetti che considero importanti.

Le libertà individuali

Un gran dibattito si è fatto sulla negazione delle libertà individuali (lockdown e mascherine, per esempio, ma altre come la vaccinazione obbligatoria si porranno a breve).

La parola libertà individuale di per se è strettamente correlata con il Potere. Quindi il tutto è punto centrale per l’analisi Archelogica.

E’ lecito per un Governo, porre limitazioni alla circolazione e quali sono in confini di queste limitazioni?

La costituzione italiana cita:

«Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.

Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge».

Il dibattito è stato acceso ma limitatamente all’ Italia anche equilibrato e disciplinato.

Dal punto di vista della Classe non ci sono aspetti che differenziano il problema rispetto ad altre decisioni complesse e con forte impatto. Esiste un governo (che diventa Classe) ed una popolazione che riceve la disposizione.  

Si potrebbe approfondire se esistono altre suddivisioni di Classe che caratterizzano la relazione, ma vogliamo porre l’accento sul concetto di libertà e di Profitto.

Cosa differenzia un sistema democratico e quindi che permette di esercitare le proprie libertà individuali, rispetto ad un sistema dittatoriale in cui le libertà sono ristrette?

Sicuramente possiamo affermare che non è la limitazione delle libertà che differenzia i due contesti.

Facciamo un esempio semplicistico che però trasmette il concetto.

Prendiamo una persona in una stanza. All’inizio, da solo, può esercitare la sua libertà all’interno della stanza, con una piena capacità di movimento e di iniziativa. Per esempio correre, giocare a squash se vuole, ed altro.

Ma se nella stessa stanza entra un’altra persona e poi un’altra e così via, la sua libertà di movimento, di gioco, vengono ridotte.

C’è perdita di libertà. Sicuramente si. C’è rapporto di Potere. Si. Questo sempre e comunque. Ma non si sta esercitando il Potere come si interpreta comunemente.

La grossa differenza fra una democrazia ed una tirannia, va individuata nel Profitto. Il Profitto in senso esteso (non necessariamente economico e su questo concetto si rimanda al manifesto dell’Archelogia).

Quindi la limitazione della libertà è vera e soggiogata ad un esercizio di Potere se comporta un Profitto ad una classe a scapito di un’altra.

Fino a prova contraria (perché l’analisi del Profitto è complessa e non necessariamente veritiera e quindi ribadisco il fino a prova contraria), l’imposizione del lockdown e dell’utilizzo di mascherine è fatta nell’interesse della collettività e quindi a fronte di un bene comune.

Ugualmente cosa differenzia una Monarchia Borbonica rispetto ad una democrazia moderna ? L’assenza di tasse a favore della democrazia moderna ? L’assenza di atti legislativi forti e mirati ? La grossa differenza sta nel Profitto, inteso come maggiore (non ho detto totale) capacità della seconda di imporre tasse per redistribuirle in servizi e quindi in Profitto per il cittadino. L’atto di Potere (che è omogeneo se analizzato nelle conseguenze) è di portata completamente diversa ai fini del Profitto.

Diventa quindi stucchevole il dibattito se è legittimo imporre l’uso della mascherina, come pure il lockdown, o altre limitazioni della libertà. Come sarebbe inutile un dibattito sulla giustificazione della guida a sinistra o a destra per le automobili o alla necessità di andare a scuola, di lavorare, ecc. ecc.

Il dibattito diventa maggiormente interessante se si analizza in termine di rapporti di Classe (nella eccezione Archelogica) e di Profitto.

Possiamo ipotizzare che alcune Classi, beneficiano di un Profitto maggiore, dall’utilizzo della mascherina di noi poveri mortali?

L’analisi sulle Classi e sul Profitto, deve essere fatta con un approccio “scientifico” e orientato alla misurazione. E’indubbio che questa pandemia ha causato il più grosso cambiamento in termini di Classe e di Profitto degli ultimi anni (sia per l’entità sia per la velocità del cambiamento).

Possiamo affermare quindi che òibertà, Classe e Profitto, sono concetti strettamente legati e forse direzione di analisi correlate fra di loro.

Quando si parla di “approccio scientifico” ed orientato alla misurazione, si intende avere un approccio slegato dall’ideologia nella analisi di questi fenomeni.

L’etica della misurazione. Quanto vale una vita.

Una domanda cinica e diretta. “Quanto vale una vita ?”. La pandemia ha portato all’evidenza, in maniera cinica, non tanto il valore di una vita, quanto la sua corrispondenza economica.

Ci affrettiamo usualmente a dire che una vita non ha prezzo. Ma questa convinzione si è sgretolata al primo sacrificio richiesto per la pandemia. La classe politica ha dovuto prendere scelte molto difficili, anche non supportate da esperienze precedenti.

Brutalmente, si è dovuto mettere in raffronto il valore di vite umane, con il valore economico della necessità che l’economia vada avanti. Non entriamo nel contesto della scelta etica. Ma prendiamo atto che la scelta effettiva, ha effetti sulla vita o sulla morte di persone. E quindi ne fornisce una misurazione, per quanto questo concetto possa e mi fa rabbrividire. Ma quando abbiamo scelto di riaprire molto velocemente le attività economiche non essenziali, abbiamo fatto una scelta di Profitto (nel senso Archelogico) che, in sintesi, da (nella brutalità del concetto) un prezzo ad una vita.

Non si deve confondere questo processo con una valutazione etica. Abbiamo visto una forte attenzione della Cina al contenimento della pandemia. Nazione non certamente attenta ai diritti umani ed al valore della vita nelle varie forme. Quindi non si deve passare dall’analisi degli effetti a trarre considerazioni etiche e di merito sulle cause che li hanno generati. Ed in questo senso, il tutto va al di là dei piccoli compiti dell’Archelogia.uiQui

E’ anche vero che se confrontiamo la pandemia denominata spagnola del 1918, si assiste ad una crescita del valore della vita. Quindi la pandemia da una parte ci brutalizza il prezzo alla vita, dall’altra ha testimoniato però una maggiore attenzione alla vita stessa.  e contemporaneamente, come segnale positivo e di speranza, testimonia una maggiore attenzione rispetto al passato per la vita stessa. Per quanto l’esperienza italiana insegna che ci si dimentica presto dei morti (con riaperture generealizzate e premature) e questo sotto pressione dell’opinione pubblica (siamo tutti responsabili…) dall’altra parte testimonia che non ci si è fatti portare dall’indifferenza nelle fasi iniziali. La spagnola con effetti molto più marcati (le stime riportano circa 20 – 30 Milioni di morti) portò ad attenzioni molto più flebili, sia per la guerra in corso, ma anche per un rispetto a vita molto più basso

Durante la pandemia spagnola si verificarono secondo le stime dai 20 ai 30 Milioni di morti (c’è chi ne stima sopra i 50 Milioni). Le conseguenze e le azioni intraprese al tempo, furono sicuramente più deboli, sia per il contesto di guerra, sia per una generale minore attenzione al valore della vita.

Queste considerazioni, che appaiono ciniche, ma che in fondo sono tutt’altro che ciniche, si collegano ad altri aspetti che non sono relazionati direttamente alla pandemia. E cioè la nostra differente percezione di fronte alla morte. Siamo colpiti differentemente da morti vicine, psicologicamente care (anche nella loro declinazione mediatica) rispetto alla morte in quanto tale. Al valore della singola vita.

L’aspetto non è secondario. Quando si parla di Profitto, nella analisi Archelogica, si parla in senso esteso ed allargato e non mero esercizio monetario. Quando uno sacrifica la propria vita per gli altri, sta rinunciando ad un Profitto massimo in cambio di un altro Profitto (le proprie convinzioni etiche o religiose) considerato più ampio o più degno.

Esiste quindi una sfida di misurazione a cui non bisogna sottrarsi e dall’altra parte, in altri campi, una sfida sulla spiegazione delle cause e la correlazione fra cause ed effetti.

Sottilmente, sempre su questo campo, si percepisce in alcune nazioni (non in tutte) una maggiore attenzione a certi valori da parte dei Governi, che non dell’opinione pubblica stessa. Confermando che il rapporto di Classe e fra le Classi è più sottile e raffinato di una semplificazione in cui il Potere è una relazione che va dall’alto verso il basso in cui i Potenti governano il popolo che ubbidisce. L’analisi del comportamento delle Classi e delle relazioni fra Classi, è uno degli obiettivi dell’Archelogia.

I cambiamenti nel breve e nel lungo periodo.

Dal punto di vista della Classe, abbiamo assistito ad uno dei più grandi sconvolgimenti di Classe quanto meno degli ultimi decenni.

La pandemia ha causato una forte polarizzazione che possiamo definire a tutti gli effetti di Classe.

Ha suddiviso in maniera improvvisa fra coloro che potevano lavorare in smart working, rispetto a quelli che dovevano recarsi obbligatoriamente al posto di lavoro per svolgere i propri compiti.

Una ulteriore suddivisione è fra coloro che hanno continuato a sviluppare un reddito, rispetto a quelli che hanno sviluppato un reddito assistito o ancora peggio hanno avuto una brutale interruzione del reddito.

Questa polarizzazione di Classe è meno banale di quello che potrebbe sembrare. La prima suddivisione ha rilevanze etiche non secondarie. Per esempio in caso di una epidemia con conseguenze ancora più catastrofiche, questa suddivisione avrebbe implicazioni logistiche, operative e morali molto impegnative. Chi deve morire per fare vivere chi?  

Sarebbero necessarie azione drastiche (“di Potere”) per garantire il corretto funzionamento della collettività. La Classe di coloro obbligati a prestare i servizi in presenza, sarebbe sottoposta a rischi molto alti. Pensiamo, nei mesi passati, ai rischi di medici, infermieri, operatori logistici, operatori della distribuzione alimentare. Alcune di queste categorie hanno pagato anche con la vita, i loro sacrifici.

Questa suddivisione, perderà rilevanza con il passare della emergenza. Ma i cambiamenti di Classe non devono mai passare senza riflessioni.

Ancora più sottile ma non meno potente è la differenziazione del reddito per lock down. Qui parte una riflessione molto ampia che ha conseguenze di lungo periodo.

Non è un caso che quasi tutte le aziende a maggiore capitalazzazione borsistica non solo hanno continuato inalterata la loro operatività, ma il loro modello di Business si è rivelato essere Covid-free, ad eccezione forse della sola Apple che però anche in questo caso non ha sofferto nei conti (e quindi spostando dalla materialità alla immaterialità l’origine dei propri profitti).

Apple.

Amazon.

Microsoft.

Google.

Facebook.

Alibaba.

Ecc. Ecc.

Al di là della capacità delle multinazionali di affrontare con grande efficacia, ogni tipo di crisi (discorso che ci porterebbe molto lontano) appare che gran parte delle società menzionate hanno business Covid-Free.

Se ne deduce che le società più performanti e di appeal (almeno dal punto di vista borsistico) hanno anche modelli di business Covid-Free (cioè resilienti alle conseguenze del virus).

Il complottismo direbbe che il Covid è stato generato per perpretare il successo delle grandi aziende hi-tech, confondendo gli effetti con la causa. Ma non deve passare inosservato il fatto che i modelli di business di maggiore successo sono immateriali, ad alto capitale umano, e quindi per questo maggiormente Covid-Free. La “vecchia” industria automobilistica ha subito grossi danni dal Covid. Fatta eccezione di una maggiore capacità di Tesla di reagire dovuta, credo, ad una cresciuta coscienza ecologica (pura o di moda).

Questo testimonia che la nostra società si sta spostando verso una economia più virtualizzata (nel senso di essere meno collegata a beni materiali) almeno in forti fasce della popolazione. Il nuovo sogno della popolazione, non è più la Ford Model T in versione moderna, ma la visione in streaming in Netflix dell’ultima serie di grido.

Non bisogna estremizzare questo concetto, soprattutto perché non vale per i beni di lusso ed alcune aziende come Amazon hanno modelli di business misti e non facilmente etichettabili. Ma la tendenza rafforzata dalla pandemia non fa che porre all’attenzione un percorso che avrà conseguenze nel medio e lungo periodo molto problematiche anche per i rapporti di Potere fra multinazionali, Stati, opinione pubblica. Il Potere (al solito) ha forme sempre meno percepite ma più pervasive. Il vero Potere è sempre fra di noi e meno lontano rispetto al concetto dei cosidetti “poteri forti”.

L’istruzione. Una questione di Relazione.

Un altro punto di analisi molto interessante, riguarda l’istruzione. E’ sentore comune che l’istruzione vera è solo quella in presenza. E l’istruzione erogata durante il periodo di lockdown è una istruzione di serie B. Con meno dignità.

In generale si pone la questione se le Relazioni sviluppate in maniera virtuale abbiano un dignità inferiore, diversa, sia dal punto di vista qualitativo, sia dal punto di vista quantitativo.

Una intera generazione di studenti italiani universitari non ha mai scambiato con alcuni (molti) dei propri professori una unica frase completa e compiuta. Tutto questo, rende un po’ strumentale o in alteranativa obsoleto, o peggio in mala fede, il dibattito.  Ma facendo parte della cultura comune, ed essendo molto sentito, deve aprire riflessioni importanti.

Il dibattito inoltre non tiene conto, per lo più, delle differenti fasce di età che influiscono in maniera non scontata il dibattito. E l’educazione di un bambino di 5 anni non può essere mischiata con quella di un ragazzo di 18 o 22 anni.

Chi sostiene la necessità di formazione in presenza, rimarca che non è possibile trasferire il lavoro di gruppo ed ancora di più i cosidetti soft skill.

Eppure, recentemente, ho partecipato ad eventi online di studenti che partecipavano a sviluppo software, con una efficacia che raramente ho visto dal vivo.

Non ho risposte a tutto questo e vanno anche al di là delle mie capacità di analisi.

Ma evidenzio alcune questioni interessanti.

  1. Le relazioni educative non in presenza, hanno diverse modalità, capacità, efficacia, rispetto a quelle in presenza? Quali connotazioni le differenziano?
  2. Se pensiamo alle migliori università al mondo (le inglesi, le americane). Virualizzando l’esperienza si perde gran parte della esperienza di networking e di vita che si sviluppa nei campus e nell’orbita dell’università. Ma è vero questo ? O meglio. E’ possibile pensare ad un modello virtuale che non snaturi il “pacchetto” educativo ? Quello che rappresenta Harvard per gli Stati Uniti, potrebbe continuare ad esistere senza Harvard come luogo fisico ?
  3. Quale è il limite e l’efficacia, il rapporto fra fisico e virtuale nella educazione ?
  4. Non dovrebbe forse questa pandamia essere lo spunto proprio per una nuova educazione che possa sfruttare i nuovi mezzi tecnologici.

Tutto questo impone una riflessione anche cosidetto sul “digital divide”.

Digital Divide. La nuova questione di Classe?

Il “Digital Divide” è l’incapacità da parte di strati della popolazione sia per gap infastrutturale che culturale di accedere alle tecnologie della informazione. E’ forse, rispetto ad altri, il campanello scatenato dalla pandemia che più ha creato una frattura di Classe.

Considerando che i modelli di business (per le considerazioni fatte in precedenza) di maggiore successo sono quelli digitali, questa frattura educativa, di opportunità, di potenzialità è il vero problema del nostro futuro.

Non pensavo (io stesso) che l’apertura e libera fruizione delle infastrutture digitali fosse un problema così denso di conseguenze sociali, educative, di giustizia.

Se la nuova ricchezza sta andando verso modelli immateriali, tutto quello che genera divari digitali si pone come questione sociale. Tanto più grave quanto più diretto alle giovani generazioni.

La differenza fra un bambino che può accedere a lezioni scolastiche da remoto ed uno che non ha questa facoltà non è banalmente una limitazione temporale sorpassabile. E’ un limite che ne segnerà tutto il percorso educativo e come tale va posto come emergenza sociale o, in positivo, come diritto da garantire e salvaguardare.

Il discorso si fa sottile, perché a differenza di altri diritti (pensiamo alla sanità) non è il semplice accesso che esaurisce il bisogno. La capacità di sfruttare i nuovi media e di governarli non è un problema solo strumentale (già non da poco) ma ancora di più culturale rispetto al passato.

Alla mia evidenza, ammettendo la disattenzione sul tema pre-covid, emerge una necessità che non è secondaria.